Andamento lento

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05/08/12

Dan Simmons - Flashback

L'estetica del revisionismo, ovvero George Bush cyberpunk

Così come una trama poliziesca è spesso un pretesto per raccontare i segreti dell'animo umano, la fantascienza si presta ad un'analisi dei malesseri e delle inquietudini di un'intera società, attraverso un meccanismo di trasposizione spazio-temporale che funge da lente di ingrandimento del presente.
Forse è per questo che il genere fantascientifico mi ha sempre affascinato, solo che a volte capita come per le vecchie foto, quando le digitalizzi e poi cerchi di migliorarle con qualche programma di ritocco. I pixel si rimescolano, si confondono e alla fine generano immagini distorte e comunque diverse dall'originale.
E' tutto sommato la stessa situazione che si genera nei flashback, quando riavvolgi il nastro della memoria per rivivere un bel ricordo e dopo un pò di volte finisci per chiederti quanto ci sia di vero e quanto invece quel ricordo non sia ormai altro che il frutto della tua immaginazione.
Nel romanzo di Simmons, il flashback è una droga diffusa ormai tra la gran parte della popolazione americana, una sostanza che serve a ricordare, per meglio dire a rivivere un ricordo specifico. Insomma, l'opposto della filosofia convenzionale dello sballo, ovvero bere per ricordare, anzichè bere per dimenticare, anche se il bisogno è sempre lo stesso: evadere da una realtà opprimente, desolante e disperata.
E in effetti, la vita nel 2040 o giù di lì, per come la presenta Simmons, è davvero da incubo. Il mondo come lo conosciamo si è sfaldato sotto i colpi di una crisi economica ormai permanente. L'Europa è schiava del Califfato Globale, l'impero islamico che ha da poco annientato Israele in un olocausto atomico. La Cina è dilaniata da guerre civili segretamente fomentate dal nuovo impero giapponese, guidato da un gruppo di nuovi shogun.
Gli Stati Uniti sono falliti sotto il peso di un debito pubblico sempre più insostenibile (sic!) e si barcamenano facendo i mercenari per gli stati o le corporation che lo pagano di più.
Ma come è potuto succedere tutto questo? E' stato forse per colpa di un potere finanziario globale e senza freni? Ma no, la colpa è di quei governanti inetti che hanno indebitato l'America per pagare a tutti uno straccio di assistenza sanitaria, invece di costruire scudi spaziali e nuove testate nucleari. Solo uno stato si salva da questo nuovo medioevo cibernetico, ed è guarda caso il Texas, l'unico che ha mantenuto salda la sua fede negli ideali repubblicani, nella pena di morte e nel dio petrolio.
Dire che il romanzo di Simmons è politicamente scorretto è un puro eufemismo: qui la fantascienza è solo un pretesto per applicare al presente il revisionismo più bieco.
Eppure, ciò detto a chiare lettere, qualcosa si salva.
Certo, siamo lontani dalle atmosfere rarefatte dell'opera più famosa di Simmons, quel ciclo di Hyperion che in certi punti mi ricorda (ancora sto flashback...) alcune immagini di Cronache Marziane, il capolavoro di Bradbury.
Piuttosto, qui prevalgono le atmosfere da megalopoli fatiscenti e piovigginose di Dick e dei suoi nipotini cyberpunk. Non molto originali, certo, ma comunque suggestive e scritte con la mano di uno che conosce il mestiere.
E poi c'è una sottile corrispondenza con il protagonista del romanzo, che alla fine decide di uscire da una lunga dipendenza dal flashback. Perchè è ora di smettere di rimpiangere i bei tempi andati e decidere che se il presente è duro, triste e senza speranze, la sola cosa che ci rimane da fare è costruirne uno migliore.

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